Piano Sud 2030, cosa c’è di buono per i meridionali?

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copertina piano sud 2030

Pochi giorni fa il governo Conte-Bis ha presentato a Gioia Tauro, il nuovo “Piano Sud 2030 – sviluppo e coesione per l’Italia”, presenti oltre al premier il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano (PD) e il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina (M5S).

Alt Piano Sud
Conte piano sud 2030

Alcuni dati positivi

Il piano si apre con una lunga premessa in cui vengono sviscerati una serie di dati sullo stato dell’economia del nostro Mezzogiorno, molti avranno familiarità con questi numeri, avendoli già letti nei rapporti SVIMEZ o nelle pubblicazioni del professor Viesti. Sicuramente positivo il dato che almeno sulla carta il Governo ed il Ministero per il Sud stanno tornando ad analizzare il fallimento delle politiche per il Mezzogiorno, cosa che negli ultimi anni sembrava essere sparita dall’attenzione del dibattito pubblico.
Sostanzialmente il lavoro di ricerca e denuncia, che tanti e tante hanno messo in campo nell’ultimo decennio, ha avuto il merito di rimettere al centro del dibattito politico la questione meridionale.

Anche se non lo si dice esplicitamente la sequenza dei dati che si possono leggere nelle prime pagine del Piano Sud 2030, attestano ciò che da anni gridiamo a gran voce: lo scippo di risorse del nord nei confronti del sud c’è stato, ed oggi è impossibile tenerlo nascosto.

lo scippo di risorse del nord nei confronti del sud c’è stato, ed oggi è impossibile tenerlo nascosto.

123 miliardi di euro in 10 anni, è una novità?

Purtroppo gli aspetti positivi si fermano qui, le restanti 80 pagine sono una sequela di slogan e di “faremo”, di belle parole come “sud rivolto ai giovani “ o “sud aperto al mondo e al Mediterraneo” a cui è difficile attribuire un giudizio di merito. Fosse solo perche’ una parte di questo governo è la stessa che ha sostenuto qualche anno fa un altro grande piano per il Sud, proposto dal ex Governo Renzi e che si rilevò un nulla di fatto.
A mettere in luce quel fallimento ci pensa proprio il “Piano Sud 2030”, attestando che la clausola del 34% della spesa ordinaria in conto capitale della PA non è stata mai applicata, oltretutto il resoconto che emerge dal documento del Ministero per il Sud dipinge un quadro nettamente peggiore rispetto ai dati che circolano in rete e nei quali si parla di un investimento di circa il 28%.

Si legge nel Piano Sud 2030 che a fronte di una popolazione meridionale del 34% rispetto a quella nazionale, al 2018 lo Stato Italiano ha speso circa 6,2 miliardi all’anno, cioè il 22,5% del valore nazionale della spesa, mancherebbero all’appello altri 3 miliardi l’anno!

Sarebbe dovuto intervenire in soccorso del Mezzogiorno il Fondo Sviluppo e Coesione (FSC), che però ha subito un taglio drastico dal 2008 al 2018 passando da 4,5 a 1,2 miliardi.
Date queste premesse lo scetticismo sul futuro è d’obbligo!

Continuando a sfogliare il Piano alla ricerca di elementi tangibili sul cambio di passo rispetto al passato, si continua a rimanere delusi.
Come si evince nei cappelli introduttivi e dalle stesse tabelle messe a disposizione de piano, si parla di 123 miliardi da investire nel Mezzogiorno nei prossimi 10 anni, 21 dei quali solo nel prossimo triennio, quello che è stato fatto non è altro che mettere nero su bianco ciò che nell’ordinario sarebbe dovuto già spettare alle Regioni meridionali.

Silde piano sud
Silde piano sud

Va tenuto presente che lo Stato Italiano si sia “dimenticato” di applicare la clausola del 34%, di finanziare il FSC e che le Regioni del sud non sono state neanche in grado di spendere adeguatamente le risorse erogate dalla comunità europea.

Per avere un’idea più compiuta, nel primo biennio della programmazione 2014-2020 solo lo 0,1% delle risorse erano state spese, valore che al terzo anno si attestava intorno al 7%.
Sull’utilizzo di questi fondi andrebbe dedicato un capitolo a parte, in Campania la giunta De Luca li ha utilizzati per ogni evenienza, dalle sagre di paese fino al finanziamento del cosidetto Concorsone, spesso sottraendoli ai veri beneficiari.
All’utilizzo inadeguato delle risorse si affianca un’evidente mancanza di trasparenza, lo dimostra il fatto che nonostante le richieste, non si riescono ad avere riscontri su quanti contratti a tempo determinato o indeterminato siano stati attivati nell’abito dei 160 milioni spesi per la formazione e il ricollocamento lavorativo. Il sospetto è che si tratti solo di poche decine, a fronte di una platea di disoccupati e inoccupati che continua ad aumentare.

Piano-SUD-2030 21 miliardi

Un Piano senza coraggio.

Tornando al Piano Sud 2030, l’attuazione di questa linea di finanziamento viene delegata ad altri Ministeri, cosa che fa nascere non pochi dubbi sulla capacità di realizzazione.
Ad esempio si parla di “Scuole Aperte tutto il Giorno”, ma nell’attuazione dell’enunciato vengono semplicemente riportati alcuni progetti già in essere e non è chiaro quanti fondi verranno effettivamente destinati al tempo pieno, vera piaga delle scuole del sud ed elemento determinante nella crescita dell’abbandono scolastico nel Mezzogiorno.Giusto per dare qualche dato la situazione è allarmante, mentre la media nazionale è dell’ 11% nelle regioni del sud si supera il 18% .
Potrei continuare anche con altri esempi ma il risultato resterebbe lo stesso.

spese asili sud istat

Oltre alla concretezza a questo Piano manca anche il coraggio politico di affrontare questioni spinose che da troppi anni vengono sottaciute per paura di rompere il fragile equilibrio del sistema Italia.
Per l’appunto quando si parla di scuola, non c’è un solo accenno agli obiettivi che già si sarebbero dovuti raggiungere in tutto il paese e che invece si sono raggiunti solo nelle regioni del centro-nord: come il 33% di copertura di asili 0-3 anni. Obiettivo fissato nel 2002 dal consiglio europeo in quell’occasione tenutosi a Barcellona, che all’oggi nel 2020 sembra ancora lontano dall’essere raggiunto.

copertura asili sud

Casa e Lavoro.

Anche su questi due temi il Piano sembra sostanzialmente riproporre vecchie ricette già fallite in passato, nessuna menzione sul fatto che nelle regioni meridionali l’edilizia popolare pubblica sia ferma alla fine degli anni ’90.
L’emergenza abitativa rappresenta uno dei motivi primari di abbandono dei centri urbani meridionali, oltre a foraggiare la speculazione della grande rendita immobiliare ed essere un grande affare per la criminalità organizzata. Se a questo si aggiunge anche il fenomeno della turistificazione selvaggia, basta guardare ai centri storici di Napoli e Palermo, si assiste ad un costante fenomeno di espulsione dei ceti sociali più deboli.
L’unica soluzione proposta è un già visto contributo all’affitto, che ha come unico obiettivo quello di garantire la stabilità per la rendita immobiliare e magari l’aumento dei profitti per padroni di casa.

Perché non immaginare invece di ripensare all’edilizia popolare pubblica a suolo zero? Proprio nell’ottica del Green Deal, mettendo a valore l’enorme patrimonio immobiliare in disuso?

Perché non immaginare invece di ripensare all’edilizia popolare pubblica a suolo zero? Proprio nell’ottica del Green Deal, mettendo a valore l’enorme patrimonio immobiliare in disuso?

Sul fronte lavoro assistiamo al medesimo copione, incentivi a pioggia per i privati e detassazione sulle assunzioni, ancora una volta una ricetta che negli ultimi 20 anni ha creato solo danni e desertificazione dei settori industriali del Mezzogiorno.

Non poteva mancare la panacea di tutti i mali del mondo: il sostegno alla microimprenditoria e alle start up.

Rispetto al lavoro nella PA lo stesso Piano Sud 2030 ammette che gli enti locali sono in ginocchio per la scarsità di personale, nelle condizioni in cui si trovano non riuscirebbero neanche ad utilizzare le risorse che ipoteticamente dovrebbero arrivare; a questo andrebbe aggiunto che la messa in sicurezza dei territori dovrebbe essere una priorità assoluta, proprio per garantire un’esistenza degna nei comuni delle aree interne.
E mentre si racconta tutto ciò, allo stesso tempo si evita scientificamente di affrontare il tema di un piano di assunzioni straordinario nelle PA del Mezzogiorno.

Quello che servirebbe oggi invece è un grande piano di assunzioni nella PA, non solo del personale altamente qualificato, ma soprattutto delle categorie A e B (operai, manutentori, giardinieri, amministrativi a vario titolo) che attualmente ingrossano le fila delle statistiche degli ex percettori di ammortizzatori sociali, questi ultimi tenuti appesi al filo dell’assistenzialismo e della formazione costante e attorno ai quali si muovono milioni di euro in formazione e ricollocamente, oggetto di speculazione costante da parte degli enti di formazione; che potrebbero invece dare un supporto decisivo nella ripresa dei servizi che gli enti locali dovrebbero garantire alla cittadinanza e che non riescono più a fornire.
Ricordo che l’assenza di servizi, unita alla mancanza di lavoro, rappresenta una delle principali cause dell’emigrazione da sud.

Insisto su un punto che mi sta molto a cuore, negli ultimi anni gli incentivi alle aziende private si sono dimostrati totalmente inefficaci, basti citare solo alcune delle più famose crisi aziendali che vedono il sud al centro delle cronache: Ex-Ilva di Taranto, Whirpool e Tirrenia di Napoli. A queste se ne potrebbero aggiungerne come minimo altre 50, il numero di tavoli di crisi aziendali meridionali oggi aperti al MISE, senza citare quelle già concluse negativamente.
Parliamo di uno spreco miliardario di risorse pubbliche, cosa altro bisogna aspettare per mettere fine ad una tendenza che in questi anni si è rilevata fallimentare? Non si tratta di smettere di incentivare l’auto imprenditoria o le assunzioni presso le imprese, ma bilanciare queste risorse in modo da destinarle alla creazione di lavoro nel pubblico che abbiano un effetto positivo verso i servizi e le comunità locali.

Regionalismo Differenziato, che fine ha fatto?

La grande assente di questo piano è sicuramente l’autonomia differenziata, mai citata nelle 80 pagine messe a disposizione dal ministero.

Ammesso che tutti gli obiettivi del Piano siano raggiunti nei primi 3 anni di applicazione, i comuni del Mezzogiorno vedrebbero comunque perdurare lo scippo delle loro risorse, che tramite la spesa ordinaria, ancora oggi continuano a confluire nelle casse dei comuni del nord.
Mancano i riferimenti essenziali al calcolo della spesa storica, che ha accompagnato il federalismo fiscale fin dalla sua nascita, così come mancano accenni alla mancata perequazione integrale tra enti come stabilito dalla nostra Costituzione.

Nella migliore delle ipotesi quindi ci troveremo a vederci erogati integralmente i fondi per le aree svantaggiate, senza un minimo accenno al pregresso mai versato, dall’altro sul piano dell’ attribuzione della spesa ordinaria dello Stato si continuerà con lo scippo.
L’attuazione del Regionalismo Differenziato, si presenta come il preludio di una riduzione di ulteriori trasferimenti in materie su cui il Piano Sud 2030 dovrebbe operare.

Insomma la situazione resta drammatica e nonostante si faccia appello alla resilienza del tessuto produttivo meridionale, è difficile credere che solo con le buone intenzioni si possa mettere un argine a tutto quello che ho descritto poco fa, ed è comprensibile che questo piano spinto in pompa magna dal Governo Conte-Bis, sia stato accolto con freddezza alle nostre latitudini con lo scetticismo di chi è abituato a grandi proclami e poche cose concrete.

Nella migliore delle ipotesi quindi ci troveremo a vederci erogati integralmente i fondi per le aree svantaggiate, senza un minimo accenno al pregresso mai versato, dall’altro sul piano dell’ attribuzione della spesa ordinaria dello Stato si continuerà con lo scippo. 

Resta di buono che oggi chi governa il paese sa che sulla questione meridionale si gioca la tenuta della maggioranza, starà a noi meridionali alzare la posta in gioco, soprattutto dovremmo avere la forza di non farci distrarre da numeri e presentazioni pompose.
La questione del Mezzogiorno ha bisogno di interventi radicali, fuori dall’ordinarietà e dalla compatibilità del patto di stabilità, non si può pensare di mettere a posto le carte come farebbe un qualsiasi ragioniere che prende servizio nel suo nuovo ufficio, sperando che questo basti a calmare le acque.

Dobbiamo avere la forza di continuare a solcare la strada che tanti hanno cominciato a percorrere, partendo dalla rottura delle narrazioni tossiche e razziste, controbattendo dato su dato, ribadendo con forza che non ci può essere nessun regionalismo differenziato se prima non si applica la Costituzione per tutti allo stesso modo e soprattutto, se non si parla seriamente di risarcimento per le popolazioni delle regioni meridionali.

Giovanni Pagano*

*Attivista del Sud Conta e Delegato Sindacale USB