Fase 2: il sud resta indietro?

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Ci avviamo alla Fase 2, la pandemia che stiamo affrontando ha evidenziato fin dal principio le diseguaglianze sociali che affliggono lo stato italiano, presentando un paese caratterizzato da forti differenze nelle possibilità di accesso alla sanità e al welfare, nelle tutele sindacali, nelle condizioni di lavoro e in quelle abitative, nella vivibilità delle città e nella fruibilità degli spazi pubblici.

Differenze che, in questo paese “a due velocità”, si traducono immediatamente su un livello geografico in cui i territori meridionali coincidono troppo spesso con le aree più depresse, presentando condizioni paragonabili solo alle aree e alle categorie più marginalizzate del centro-nord. Le condizioni di partenza, sanitarie come economiche, in cui questi territori si sono ritrovati ad affrontare questa emergenza e il relativo lockdown presentano profonde differenze, e le attenzioni dello stato italiano nei loro confronti sono state ancora una volta ridotte, oltre che accompagnate dalla solita retorica razzializzante sul presunto minore senso di civiltà e responsabilità dei Meridionali. Basti pensare che la Lombardia aveva in partenza 1067 posti in terapia intensiva, ovvero 10.5 ogni 100.000 abitanti, mentre la Campania 506 (8.8 ogni 100.000 abitanti), la Sicilia 392 (7.9 ogni 100.000abitanti) e la Calabria 153 (1.7 ogni 100.000 abitanti), o che la Lombardia rappresenta il 22% del PIL nazionale, mentre le tre regioni meridionali ne rappresentano il 6,2% , il 5,2% e la Calabria addirittura l’1,9%, con le tre regioni meridionali che si assestano ben al di sotto della media UE.

 Lombardia aveva in partenza 1067 posti in terapia intensiva, ovvero 10.5 ogni 100.000 abitanti, mentre la Campania 506 (8.8 ogni 100.000 abitanti), la Sicilia 392 (7.9 ogni 100.000abitanti) e la Calabria 153 (1.7 ogni 100.000 abitanti)

Ora, a partire dal 4 maggio ci troveremo nella famosa “fase 2” del lockdown, preannunciata dal Premier Conte nel discorso alla nazione del 26 aprile. Quali sono, però, le criticità del DPCM da poco entrato in vigore?

Innanzitutto, immaginare una riapertura omogenea su tutto il territorio nazionale risulta poco sensato, per ragioni mediche come economiche, ed è una soluzione che tiene poco conto delle condizioni e delle necessità dei territori meridionali, anteponendovi quelle del centro-nord, “locomotiva produttiva del paese”.

Attualmente il 67% circa dei 104.657 casi registrati di Covid19 si trova in 4 regioni del centro-nord (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto), dunque una riapertura simmetrica potrebbe portare ad un aumento dei nuovi casi in queste aree, che a rigor di logica dovrebbero invece essere tenute sotto controllo almeno fino allo spegnimento dei principali focolai del virus, se non fino alla scoperta di un vaccino efficace. Nelle prime settimane di emergenza sanitaria, infatti, abbiamo già potuto notare come anche queste regioni – seppur vantando un sistema sanitario di gran lunga migliore rispetto a quello del Sud e delle isole– abbiano dovuto fronteggiare problemi dati dalla scarsità di posti in terapia intensiva a fronte del numero di contagiati, e non bisogna essere virologi di fama internazionale, quindi, per comprendere che questo modello di riapertura potrebbe trascinare queste regioni in una nuova crisi sanitaria ancor più difficile da fronteggiare. Tutto ciò logicamente comporterebbe il bisogno di nuove misure straordinarie, con nuove spese che andrebbero a gravare sull’economia dell’intera nazione.

Questa idea di riapertura appare dettata, dunque, non tanto da calcoli sulla curva del contagio da covid-19 in queste regioni, o dalla volontà di tutelare il più possibile la salute dei cittadini, ma dalle pressioni fatte sul governo in nome degli interessi delle imprese del comparto industriale ( le 4 regioni sopracitate sono detentrici, insieme, del 48% del PIL nazionale), tant’è che se andiamo a vedere quali sono le attività a cui sarà data la possibilità di riaprire in tempi brevi, sono tutte attività che operano nei settori tradizionalmente presenti maggiormente nel centro-nord.

se andiamo a vedere quali sono le attività a cui sarà data la possibilità di riaprire in tempi brevi, sono tutte attività che operano nei settori tradizionalmente presenti maggiormente nel centro-nord.

Dal 4 maggio dovranno riaprire, ad esempio, i cantieri edili e il comparto manifatturiero, due settori che poco contano per l’economia del Sud e delle Isole, caratterizzate da piccole e medie imprese legate principalmente al settore dell’agro-industria e del turismo, attività che difficilmente riusciranno in ogni caso a sostenere i costi della crisi e ripartire, lasciando a casa milioni di lavoratori. Come risulta da una ricerca dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del lavoro vi sarà una ripresa che vede tornare al lavoro il nord prima del sud. Una settorialità che vede ripartire su 100 lavoratori sospesi 68 al Nord, 57,6 al Centro e 51,3 al Sud. Non si capisce come mai il meridione, rimasto più al riparo dalla pandemia, per gli effetti del DPCM del 26 aprile sarà quello che ripristinerà, si spera, i livelli occupazionali per ultimo. Tra le regioni che torneranno prima al lavoro vi sono Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte Marche e Lombardia dove il tasso di ripresa oscilla attorno al 70%, mentre regioni come la Sicilia, la Calabria e la Sardegna si attestano intorno al 40%, con la campania ferma al 52,71.

Come risulta da una ricerca dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del lavoro vi sarà una ripresa che vede tornare al lavoro il nord prima del sud 

In realtà invece, come ha confermato lo stesso governatore Zaia e una recente inchiesta del programma di Rai 3 Report, nelle 4 regioni più colpite grazie al sistema dei Codici Ateco, moltissime imprese hanno già riaperto da oltre 3 settimane.

Quelli che restano chiusi sono solo i settori “secondari” secondo il modello economico del centro nord, che guarda caso rappresentano la fetta più consistente dalla già fragile economia meridionale. Infatti saranno 2,7 milioni di lavoratori (l’11,5% del totale degli occupati) interessati ancora dalle sospensioni nel settore dei servizi, in particolare nella ristorazione e nel commercio. Questo significa che al sud la ripresa interesserà meno di un lavoratore su due tra quelli “sospesi”.

C’è da evidenziare come questo scenario colpisca anche la componente giovanile e femminile del settore lavorativo. I primi saranno costretti a rimanere a casa più degli anziani, maggiormente vulnerabili al Corona virus: il 21% degli under 30 non potrà tornare a lavorare rispetto all’8,4% rappresentato dalla classe degli over 50. Stessa cosa vale per le donne: resta ancora a casa il 14,3% delle occupate, contro il 9,4 degli uomini.

donne: resta ancora a casa il 14,3% delle occupate, contro il 9,4 degli uomini.

Ragionando in quest’ottica appare molto più adatto alla situazione italiana un modello di riapertura simile a quello applicato in Spagna, a-simmetrico e differenziato in base alle diverse comunidades autonomas.

Inoltre, le misure di sostegno al reddito e gli ammortizzatori sociali messi in campo finora dal governo centrale, come il bonus di 600€ mensili per le partite IVA e lavoratori autonomi o i diversi regimi di cassaintegrazione legati ai contratti nazionali di categoria, o anche i “bonus spesa” finanziati dal governo ed affidati agli enti locali, oltre che parziali e troppo spesso mal gestiti, risultano ulteriormente insufficienti nei territori meridionali, dove riescono a raggiungere, quando arrivano, una fetta troppo ridotta delle persone che ne avrebbero bisogno, a causa di una forte presenza di economia sommersa e collaterale.

Nelle città del Sud e delle Isole, infatti, una larghissima fetta di lavoratori è priva di contratto e di qualsiasi tutela sindacale.

Davanti a questa situazione, oltre le iniziali promesse, niente è stato fatto sul fronte delle utenze, del sostegno agli affitti, e inutile a dirlo, dell’estensione del reddito di cittadinanza a causa dell’emergenza. Il famoso bazzooka da 400 miliardi a garanzia delle imprese non avrebbe nessuna direzione pubblica che indichi indirizzi strategici, modalità e vincoli di produzione, essendo gestito a discrezione delle banche. Risulta, quindi, evidente che queste risorse interesseranno quelle grandi imprese, dotate di bilanci solidi, di importanti fatturati e anche di buone amicizie politiche che sono collocate in una determinata area geografica del paese. 

Oramai sembra evidente che da questa crisi non usciremo né tra un mese né quando sarà trovato un vaccino per il coronavirus, ma che per i prossimi anni convivremo con gli effetti devastanti che questa emergenza avrà sulle nostre condizioni di vita e che la parte più lenta e depressa di questo paese potrebbe non riprendersi più, se non verranno messi al centro i suoi interessi, a discapito del profitto dei pochi imprenditori miliardari del centro-nord che da sempre hanno influenzato le politiche economiche dello stato italiano e del privilegio delle regioni che hanno sempre ricevuto una maggiore attenzione da parte dei governi, quelle stesse regioni che solo un anno fa progettavano di trattenere per se il gettito fiscale in barba a qualunque visione perequativa.

 Oramai sembra evidente che da questa crisi non usciremo né tra un mese né quando sarà trovato un vaccino per il coronavirus

In questo quadro, crediamo che sia fondamentale auto-tutelarci e costruire fin da subito un’alleanza dei Territori Meridionali, che si ritrovino intorno a poche e semplici rivendicazioni comuni che puntino a capovolgere la situazione e a mettere al centro i bisogni e gli interessi dei cittadini meridionali e le necessità della nostra economia, per superare la fase di emergenza in cui ci troviamo ma anche per aprire una nuova fase di salute e prosperità per le nostre comunità.

Un esempio da dove ripartire sono le straordinarie iniziative di mutualismo che, registrata l’inefficacia delle misure statali, si sono moltiplicate nei nostri territori grazie all’autorganizzazione e alla cooperazione tra tante realtà e singoli diversi tra loro che hanno deciso di affrontare questo virus e rispondere a questa emergenza utilizzando l’unico strumento che ci porterà fuori da questo momento difficile rafforzando le nostre comunità, la solidarietà.