Operatori Sociali: tra vecchie e nuove emergenze

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educatori sociali mezzogiorno
Disegno di Serena De Simone

Da Nord a Sud sono 300.000 gli Operatori Sociali che operano nel cosiddetto Terzo Settore. Parliamo di tante figure professionali: educatori, operatori dell’accoglienza, assistenti sociali, psicologi, mediatori, ausiliari, tutti dipendenti di cooperative che svolgono servizi pubblici esternalizzati ai privati, assegnati tramite bandi o accreditamenti. Professionisti che nonostante svolgano un lavoro fondamentale si trovano a fronteggiare le più complicate condizioni lavorative.

Dai tagli alla sanità pubblica (si veda quanto già scritto qui) perpetrati negli ultimi dieci anni, alla quasi totale cancellazione dei diritti fondamentali dei lavoratori, passando per le condizioni in cui versano le carceri, e i numerosi problemi del mondo dell’istruzione, il Coronavirus ha il triste merito di aver messo in luce delle verità che oggi non si può più far finta di non vedere.

Ebbene quella del Terzo Settore ai tempi del Covid-19 pare essere un’altra emergenza nell’emergenza: il sistema delle cooperative che nasce storicamente per tutelare i lavoratori e dare loro forza e organizzazione, è stato nel tempo svilito ed oggi è diventato uno schermo dietro cui si nascondono tante forme di sfruttamento. La crisi generata dall’attuale pandemia non fa altro che mettere in luce la marginalità in cui è confinato il settore delle Politiche Sociali, storicamente ininfluente nella definizione dei criteri secondo i quali le risorse vengono distribuite, nonostante il ruolo centrale che ricopre nel sistema del welfare.

Questa marginalità è estremamente accentuata al meridione (si veda quanto scritto qui e qui rispetto alla sperequazione delle risorse tra Nord e Sud):

la spesa sociale dei Comuni, su cui grava gran parte dei costi socio-assistenziali, rimane ferma allo 0,4% del PIL e presenta enormi diseguaglianze territoriali, dai 22 euro pro-capite della Calabria ai 423 del Trentino-Alto Adige. In questo quadro, il lavoro degli operatori sociali a Sud è organizzato su strutture di piccole dimensioni (il 40% degli addetti opera in unità locali fino a 50 addetti), impoverito dalla frammentazione oraria (27 ore settimanali in media del 2019) e contrattuale (il 19% lavora con contratti a tempo determinato) (Istat, 2017; 2019).

Oggi la pandemia colpisce ulteriormente i lavoratori del Terzo Settore: il decreto “Cura Italia” con gli articoli 47 e 48 del DL sancisce che i Servizi non essenziali per la sopravvivenza degli utenti vanno interrotti (si veda qui il comunicato di ECO), in modo da non esporre inutilmente questi e chi vi lavora al contagio, e i fondi stanziati per i servizi interrotti vanno erogati comunque. Tuttavia, l’applicabilità di tali articoli appare controversa. Al momento, in continuità con la “normale” frammentazione ogni territorio sta decidendo in modo autonomo, con gravi conseguenze sulla quota del salario ordinario degli operatori del sociale: pochi hanno deciso di pagare l’intera quota già stanziate; la maggioranza di pagare solo una parte dello stipendio; altri di sospendere totalmente il servizio senza corrispondere alcun pagamento. Molti Enti Locali e Enti Gestori stanno facendo o hanno fatto ricorso agli ammortizzatori sociali; questa scelta è molto criticabile, potendo utilizzare i fondi già stanziati per gli operatori sociali e spendere le risorse degli ammortizzatori per altre categorie lavorative; intanto le attenzioni del Governo rimangono orientate esclusivamente agli interessi delle imprese, scelta che non sorprende considerando gli enormi tagli che ha subito negli anni passati il welfare.

Sono migliaia donne e uomini che ogni giorno garantiscono servizi e supporto alle fasce più fragili della popolazione a fronte di tutte le difficoltà che il loro lavoro comporta per natura del lavoro stesso ma anche per le scelte politiche di tutti i governi succedutosi da almeno dieci anni a questa parte.

Crediamo sia oggi, ancor più di ieri, necessario garantire continuità di reddito e sicurezza a tutte e tutti gli operatori sociali attraverso l’applicazione degli articoli del Decreto “Cura Italia” sopracitati. Inoltre andrebbero definiti standard vincolanti e uniformi a livello nazionale sull’offerta dei servizi, finanziamenti stabili ed adeguati alla loro implementazione, equiparando le condizioni di lavoro di tutti i lavoratori del sociale, valutando modalità di internalizzazione, e ripensando i criteri e le pratiche di esternalizzazione e le clausole che regolano i rapporti tra ente committente, ente gestore e lavoratori.

Bisogna rimettere al centro del discorso pubblico le condizioni del lavoro sociale, mettendole al riparo dalle forme di “contenimento della spesa pubblica”, e invece investendo affinché agli operatori sociali, che svolgono una funzione di rilevanza pubblica in termini di welfare, sia garantito reddito, sicurezza nei luoghi di lavoro e tutela della salute.