Non chiamatela movida!

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foto di largo banchi nuovi napoli

Note per una critica dell’economia politica del consumo dello spazio pubblico

Lo spazio pubblico è stato il grande assente durante il lockdown, interdetto perché visto esclusivamente come parte del problema e non della cura. Dopo una graduale quanto rapida reintroduzione alla vita pubblica, ci troviamo oggi di fronte a strade e piazze del centro storico, così come di altri quartieri della città, che, ogni giorno di più, assumono i caratteri dell’invivibilità

Il contesto attuale è molto lontano (non solo temporalmente) da quello di dieci-quindici anni fa, quando il centro storico ha vissuto l’inizio di un nuova esperienza di vitalità delle sue strade, nelle ore notturne e diurne. Non era di certo la prima volta, dal momento che quest’area della città ha conosciuto nel tempo diversi cicli di espansione e compressione della vita notturna, ma è stato probabilmente il più intenso nelle forme, nello spazio e nel tempo. 

L’inizio di quella esperienza è stato vissuto e rivendicato come un processo di riappropriazione dello spazio pubblico: un’opportunità di socialità e un’espressione culturale di un certo modo di intendere la città, che con mille limiti e contraddizioni rispondeva a un desiderio di libertà ma anche a un senso di protezione reciproca e collettiva, di sicurezza comunitaria dello spazio pubblico. Oggi, a valle di importanti cambiamenti come lo sviluppo di un turismo di massa, di un piccolo tessuto “industriale” dello svago notturno e, fuor di ridicole retoriche di “crescita e rilancio”, di un pesante stato di complessiva depressione della città in termini occupazionali e culturali, la presenza di masse di persone nelle strade e nelle piazze e le dinamiche che vi si presentano, restituiscono costantemente un senso di sottrazione dello spazio pubblico, di insicurezza e di disagio, tracciando i lineamenti di forme di socialità che si presentano prevalentemente in una dimensione patologica.

Ci sforziamo di tradurre queste sensazioni che registriamo attorno e dentro noi stessi in riflessioni critiche e di trarne un orientamento utile alla costruzione di discorso politico e prassi sociale, per un’etica e una politica critica dello spazio pubblico, che è un elemento fondamentale per immaginare il cambiamento e per sottrarre il campo a strumentalizzazioni politiche o al pantano dell’omologazione culturale. Ci sembra infatti che accontentarsi dell’ignavia o della parcellizzazione delle sperimentazioni, significhi prestare il fianco all’idiozia delle criminalizzazioni repressive o alle strumentalizzazioni elettorali, ma anche dell’auto-assolutorio livellamento di esperienze che attorno alla socialità dovrebbero invece costruire un posizionamento di critica e di alternativa radicale.

foto di largo banchi nuovi napoli durante una serata

Se la vita diurna dello spazio pubblico, nel corso degli ultimi anni, si è progressivamente ridotta attorno a due assi principali (passeggiatina turistica con pranzo “tradizionale”/veloce attraversamento metro-università per ragioni lavorative-di studio), la principale benzina nel motore della centrifuga che alimenta e cattura i flussi di persone nella vita notturna sembra essere diventato l’uso e il consumo intensivo e massificato di luoghi e merci, a cominciare dalle sostanze (con i problemi, le stigmatizzazioni e le idiote criminalizzazioni ad esse connesse). Ci riferiamo innanzitutto all’ alcol (spesso di scarsa qualità e da alcuni venduto a prezzi irrisori e in maniera indiscriminata anche a minorenni e persone già in condizioni di pesante ubriachezza), all’erba e al fumo (anche in questo caso di scarsissima qualità e il cui uso appare in larga misura inconsapevole); ma anche, anzi soprattutto, a stupefacenti come la cocaina (che fluisce in quantità impressionanti attraverso un commercio al dettaglio legato al consumo giornaliero e non occasionale) e, sebbene in maniera molto diversa e non accomunabile, a droghe sintetiche e/o psichedeliche, che da sempre sono parte dell’esperienza dello svago di tribe, paranze e culture musicali e di strada. 

Il consumo dell’alcol e delle sostanze sono da decenni  tra gli aspetti più controversi dei modi di vita in generale e delle culture (o sottoculture) giovanili in particolare. Un aspetto su cui si giocano da sempre narrazioni e contronarrazioni, esperienze di consapevolezza, liberazione e socialità, oppure di stigmatizzazione, criminalizzazione e strumentalizzazione. 

Non vogliamo addentrarci in discussioni analoghe, ma soltanto evidenziare delle domande: che significato ha, per le persone e per le dimensioni collettive, l’uso delle sostanze accanto (e non come presunta causa o correlato di fenomeni diversi) ai contesti della socialità notturna in rapporto alla salute fisica e psicologica, alle forme stesse (liberatorie o oppressive) della socialità e alla sostenibilità in termini di qualità della vita (riposo, mobilità, cura dei luoghi)? Esistono forme di pedagogia autonoma, di riflessività, di regolazione reciproca, di autodifesa e di tutela dei luoghi e delle persone nei contesti sociali in cui il consumo di sostanze (in quanto sostanze e in quanto merci) avviene? Qual è la cifra politica dell’esistenza o dell’inesistenza di queste forme di consapevolezza?

Vi sono poi altre questioni: l’espansione e il cambiamento qualitativo dei flussi di uso e consumo degli spazi pubblici si è progressivamente dispiegato in un contesto di assoluta inadeguatezza, quando non totale assenza, delle infrastrutture pubbliche, a loro volta ulteriormente condizionate dai flussi cui sono state progressivamente esposte.

I disservizi del trasporto pubblico e l’inesistenza di collegamenti notturni, nonostante alcuni esperimenti e tentativi falliti di prolungamento degli orari della metro e roboanti quanto ridicole dichiarazioni del Sindaco, hanno dato il là  alla crescita sproporzionata del traffico della mobilità privata. A questo si aggiungano lo stato di abbandono di strade e di perenni cantieri, l’assenza di servizi igienici pubblici, l’inesistenza di un piano per il traffico e la giungla del parcheggio selvaggio, l’insufficienza del piano di raccolta dei rifiuti e di pulizia delle strade.  Nel complesso, la somma di questi elementi evidenzia la totale assenza di pianificazione e regolazione in particolare da parte dell’amministrazione comunale che, mentre si fregiava dell’esplosione di taluni flussi quale espressione di una presunta rinascita e vitalità della città, alternava contradditorie e inefficaci ordinanze repressive a completo lassismo e connivenza nel nome della libertà più comoda da evocare in ciascuna occasione.  

sindaco de magistris nelle strade del centro

Nel solco dell’evidente fallimento dell’amministrazione si inseriscono gli abusi e il disinteresse di buona parte degli operatori privati (a eccezione di una minoranza che non riduce la gestione della propria impresa esclusivamente all’ampiezza immediata dei guadagni) che espongono, nel solito parossistico gioco del più forte, i più sensibili tra i loro colleghi a feroci attacchi da parte di media e residenti e i propri dipendenti a vergognose condizioni di lavoro. 

Poi ci sono i “giovani”, altra categoria controversa spesso impropriamente utilizzata o abusata da sociologi e giornalisti. Cuore pulsante di questo processo, trattato come massa omogenea, informe e dai connotati cangianti a seconda dello sguardo e degli interessi dei commentatori: depravati per i benpensanti, inetti per i “rigorosi rivoluzionari” di un (quale?) tempo remoto, serbatoio di future campagne elettorali per i più stupidi opportunisti.   

Di fatto, le piazze della notte sono attraversate da migliaia di giovani e meno giovani figli della piccola borghesia che spendono i guadagni delle proprie famiglie per vorticare in questa centrifuga, spesso assieme o distinti,per zone e bar, ad altre migliaia di giovani e meno giovani precari/e e disoccupati/e meno fortunati, con meno soldi ma stessa attitudine temporale e abitudinale e magari simili contesti di abitazione, studio e lavoro. Tutti hanno tempo e qualcosa di soldi da buttare per galleggiare in questo mare, come alternativa alla noia e ad altre forme di socialità e fruizione culturale che non rientrano nell’offerta pubblica e privata perché non rendono economicamente o perché non vi è interesse né attenzione nel perseguirle, né tantomeno l’audacia di autogestirle in forma autonoma, sperimentale o clandestina, senza assimilarle al resto. 

Poi ci sono i “giovani”, altra categoria controversa spesso impropriamente utilizzata o abusata da sociologi e giornalisti.

La coesistenza di ciascuna di queste forme di consumo (piuttosto che di uso) dello e nello spazio pubblico, con l’espressione del disagio di una crisi sociale ed economica che assume pieghe sempre più minacciose, la dissoluzione e la sfumatura di codici grammaticali e culturali, a volte troppo rigidi, di distinzione tra categorie e modi di esistenza, in un frullato indistinto e dal sapore indefinibile di culture, linguaggi, forme di vita spesso stonate al miscuglio, e l’aumento di episodi di violenza (di genere, razzista, delinquenziale o semplicemente futile) abuso e aggressività, fuori da ogni azzardata e sterile correlazione sociologica, rappresentano gli ingredienti di questa esperienza dello spazio pubblico che la espone al disgusto, al rifiuto, alla polarizzazione degli interessi e bisogni parziali. 

Oggi molte piazze e strade sono invivibili ai più per questo, e alla fine della giostra la sensazione amara è data dal fatto che davvero sembra ci si possa solo dividere tra l’assuefazione a questo stato di cose e il rifiuto, o peggio il giudizio e la condanna. Ed è da questa dicotomia, che altri alimentano, che vorremmo provare a sottrarci, insieme.

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Lo sviluppo sregolato del turismo è certamente stato un catalizzatore di questi processi di trasformazione dello spazio pubblico che da diversi anni hanno visto prevalere la modalità degenerativa a quella rigenerativa, ma non è l’unico fattore. 

Altre variabili, strutturali, contingenti o legate a processi molto oltre il livello locale, hanno giocato la loro funzione.

Per capirci, senza i livelli di sfruttamento intensivo che caratterizzano la condizione di migliaia di lavoratori del settore dei servizi culturali e del food & beverage, senza la deregolamentazione dell’iniziativa  privata nello spazio urbano, l’evasione fiscale e le appropriazioni indebite di spazi e concessioni, senza lo sfruttamento della miseria nell’economia informale e criminale e la disponibilità o la negoziazione della violenza di strada come strumento di agibilità, senza questi elementi insieme, gli elevati profitti e, soprattutto, le stratosferiche rendite degli interessi più consolidati, sarebbero stati impensabili. 

L’elenco dei fattori concatenati che conducono a tratteggiare i lineamenti della vita dello spazio pubblico e della socialità notturna è davvero lungo e assumerne la complessità e l’irriducibilità ad una discussione in poche righe non è un esercizio retorico viziato da  deformazioni ideologiche, ma un atto di onestà intellettuale. 

Quello che invece si può certamente semplificare è il riconoscimento del problema che esso rappresenta; quello che non si può negare è altresì la contestuale ottusità degli autoproclamatisi attori del dibattito politico attuale che, in qualsiasi schieramento, compresi quelli più presuntamente radicali, insistono nel porre la questione nei termini di una dicotomia tra una presunta vivacità, democraticità, libertà dell’uso dello spazio pubblico associata alla libera circolazione degli individui e delle merci (per quanto palesemente insostenibile), contrapposta a un altrettanto idiota pretesa repressiva, autoritaria e poliziesca che fa leva sull’insostenibilità del degrado per propagandare l’altrettanto insostenibile retorica del decoro e del pugno di ferro, senza mai intaccare gli interessi economici che dietro entrambe le opzioni lucrano economicamente e politicamente, producendo uno scontro generazionale e sociale al ribasso, insensato e dai risvolti reazionari. 

Questa forma del dibattito non solo è altamente tossica e presenta contrapposizioni fittizie ignorando i bisogni reali, anche eterogenei, della maggioranza della città, ma assume lineamenti parossistici, cangianti a seconda del campo nel quale si esprime: i difensori della libertà del consumo notturno della città possono tranquillamente corrispondere ai sostenitori di posizioni fortemente critiche della libertà di consumo diurno della stessa e viceversa. La perversione di fondo di questo dibattito consiste nel fatto che ricalca, in una dannosa coazione a ripetere, la forma di un dibattito secolare nel quale si contrappone un’idea di sviluppo della città che, alimentata dal bisogno di reddito della fetta più consistente della popolazione, consiste nella sottrazione da parte del privato dello spazio pubblico e nella trasformazione della vita urbana da sociale ad elitaria e la cui forma di contrapposizione invece di avere la forza di configurarsi come trasformazione e socializzazione del possibile, si attesta sulla difesa della miseria dell’esistente, ad ogni giro peggiore del precedente. 

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I tentativi di discutere in forma pubblica, partecipativa, e di ricorrere a soluzioni concrete di pianificazione, negoziazione e realizzazione di interventi per migliorare la sostenibilità in termini di salute pubblica e diritti, che pure sono nate in questi anni ad opera di comitati territoriali, movimenti sociali, attori politici municipali, operatori commerciali e associativi, sono stati costantemente boicottati, ostacolati o ignorati dalle istituzioni e dai soggetti più potenti. 

Non è un caso: è più facile fare soldi e costruire campagne elettorali in mezzo al disastro. 

Crediamo ancora che il dibattito di fondo che interessa l’insieme delle questioni sino ad ora elencate, ruoti attorno al modello di città in cui vogliamo vivere. Non è un caso che esso riesploda in questi giorni, con i nervi, le condizioni sociali e le retoriche sullo sviluppo della nostra città fresche dello smascheramento e dello stress del lockdown.

Rispetto al dibattito cittadino, non è da oggi, crediamo, che l’esperienza dell’amministrazione De Magistris si sia conclusa in maniera fallimentare e con essa qualsivoglia tentativo pubblico e collettivo di dialogo, relazione e ambizione di incidere nelle dinamiche di governo della città da parte di attori sociali e politici diversi da quelli che si siedono nelle stanze dei bottoncini

D’altro canto, osservazioni come quelle proposte in questa nota rischiano di trasformarsi in sterile critica in assenza di un adeguato discorso collettivo, di soggettività, in grado di costruirlo e di sostenerlo anche attraverso il conflitto e l’azione nello spazio pubblico. 

Non è un caso: è più facile fare soldi e costruire campagne elettorali in mezzo al disastro. 

Crediamo che questa incapacità colpisca oggi anche i soggetti sociali e politici più tradizionalmente sensibili e capaci di interpretare i bisogni e le contraddizioni, bloccati da un’autoreferenzialità strabica e insopportabile fatta di pantomime, banalizzazioni e stereotipi contrapposti, o da un’incapacità organizzativa e di costruzione politica dettata da un deficit di credibilità e dall’inadeguatezza nel mettersi profondamente in discussione e ricalibrare gli interventi in una fase depressione generale dei processi politici (soprattutto istituzionali) ed economici. Lo diciamo in senso critico e autocritico.

Per chiarezza, ci teniamo a precisare che il nostro non è un punto di vista esterno e oggettivistico. La fotografia che abbiamo provato a catturare, pur esprimendo schiettamente la sensazione di disagio che proviamo in maniera crescente, da alcuni anni a questa parte, nelle piazze che più di dieci anni fa abbiamo cominciato a riempire con pochi altri, è tuttavia scevra di intenzionalità di giudizio e qualsivoglia condanna dei più giovani e delle forme prevalenti della socialità notturna. Siamo parte di questa fotografia: lavoratori e frequentatori della notte, abitanti, giovanissimi e meno giovani, attivisti di uno spazio autogestito che ricerca ostinatamente e, non in assenza di errori, sperimentazioni sulle forme di socialità, divertimento e produzione culturale.    

Ci sentiamo però lontani da quei dieci-quindici anni fa, e non solo temporalmente. Crediamo fermamente che non è attorno alle esperienze degli spazi sociali-liberati né alle cosiddette realtà dell’autorganizzazione sociale, per lo meno alle condizioni attuali, che si possa costruire una soggettività capace di costruire un discorso pubblico adeguato ad affrontare e superare l’ottusa tossicità di questo dibattito e i problemi sociali ad esso sottostante. 

La palla è in mano a quelle migliaia di giovani e meno giovani che ogni giorno fanno da carne da macello degli interessi in gioco. L’inchiesta sociale, l’audacia di farsi le domande e guardare alle contraddizioni, la consapevolezza individuale e collettiva, la coscienza delle proprie condizioni, il coraggio di fare scelte che siano anche di rottura, il desiderio di vivere diversamente, l’organizzazione per provarci collettivamente: sono ingredienti indispensabili per tornare a parlare (e ad agire) nello spazio pubblico (soprattutto notturno) come luogo dello sfruttamento e del tempo libero, della socialità libera e delle relazioni tossiche e oppressive, degli incontri e degli scontri, e dei modi di governare e di cambiare la città, sottraendosi al conformismo della città dei consumi e al gregarismo dell’omologazione e dell’autoghettizzazione gruppettara, che oggi sembrano farla da padroni.

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