Vecchia e nuova questione meridionale. Linee essenziali del dibattito meridionalista dal XIX al XXI secolo

La questione meridionale, come “araba fenice”

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La questione meridionale, come “araba fenice”

Il divario economico, sociale, culturale e civile tra Nord e Sud d’Italia, divario meglio conosciuto come questione meridionale, non nasce negli ultimi decenni, ma è una costante, ora palese, ora carsica, ora tematizzata, ora rimossa, della storia d’Italia dall’Ottocento ad oggi.

In altri termini: “Da sempre e ripetutamente negata, superata, accantonata, la questione meridionale risorge periodicamente dalle ceneri, come araba fenice, e si ripropone al centro e ai margini del dibattito nazionale, a seconda dei momenti; ma sempre presente, sempre irrisolta, sempre sostanzialmente innegabile pur nelle forme diverse, mutate, anche rinnovate”. (F. Barbagallo, Mezzogiorno e questione meridionale (1860-1982), Guida, Napoli, 1986)

Nell’età del “presentismo”, di un presente considerato senza radici, concezione che dà adito a letture ideologiche di tipo “naturalistico”, “razzistico”, “essenzialistico”  ed “ontologico” dei processi storici – il Sud è arretrato per “colpa” dei meridionali che sono stati, sono e saranno sempre “sudici, oziosi, malavitosi, briganti, mafiosi” (V. Teti, Maledetto Sud, Einaudi, Torino, 2013), in quanto appartenenti a quella che viene considerata la “razza maledetta” (V. Teti, La razza maledetta, Manifestolibri, 1993) – occorre riproporre all’attenzione dell’attuale dibattito politico-culturale la genesi, le caratteristiche e gli sviluppi della questione meridionale a partire dall’illustrazione delle posizioni degli studiosi che nel corso della storia hanno contribuito a darle forma, definendone i contesti, i termini, gli aspetti, le forze economiche, sociali e politiche coinvolte, le cause ed i rimedi, oppure, di contro, sostenendone la sua insolubilità.

Insomma, si tratta di ripercorrere dalle loro origini ad oggi, prima nelle loro linee essenziali e poi in quelle via via più particolareggiate e specifiche, sia il dibattito sulla questione meridionale, che, come si vedrà, coinvolge anche studiosi e politici che la considerano insuperabile, sia i contributi meridionalistici, propriamente detti, finalizzati al superamento del divario Nord/Sud, per cogliere le linee di continuità e discontinuità tra vecchia e nuova questione meridionale, tra meridionalismo classico  nuovo meridionalismo di governo e neomeridionalismo di opposizione, tenendo ben presente, però, che la storia del Mezzogiorno sì si intreccia con quella del dibattito sulla questione meridionale, ma non si identifica con esso, a meno di non volere cadere nell’errore di considerare il Sud come una realtà immobile, sempre uguale a se stessa nelle sue condizioni di sottosviluppo, e, in ultima istanza, come un’entità mitica ed astorica.

Il dibattito meridionalista: uno sguardo d’insieme

Dopo una prima fase di “impressioni” in cui i meridionali sono descritti anche come “selvaggi”, come peggiori degli “affricani”, nel 1875 la pubblicazione delle Lettere meridionali di Pasquale Villari avvia il dibattito sulla questione meridionale, allora concepita nei termine di una questione sociale, che, sempre a parere dello storico napoletano, se fosse esplosa avrebbe potuto minare le fragili fondamenta dello Stato unitario liberale nato nel 1861.

A seguito dell’affermazione elettorale della Sinistra storica nel 1874, i liberali moderati Pasquale Villari, Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti promuovono una serie di originali ed innovative inchieste sul campo per analizzare e descrivere la variegata e complessa situazione di arretratezza sociale, economica, culturale e civile delle provincie del Mezzogiorno. Lo scopo di tali studi risiede nell’indurre le classi dirigenti ad attuare quelle riforme ritenute necessarie al suo superamento nell’ottica dell’unificazione sostanziale e non solo formale del nuovo Stato unitario, in modo tale da rafforzarne le basi di consenso sociale.

Sempre sul fronte conservatore, ma con la sola intenzione di capire le cause che sono alla base dell’affermazione elettorale della Sinistra storica, Pasquale Turiello le indica nelle pratiche politiche clientelari, frutto di interessi localistici, particolaristici ed individualistici, che, secondo lo studioso napoletano, caratterizzano il Sud in quanto tale.

A cavallo tra Otto e Novecento, si acuisce il divario economico e sociale tra un Sud agrario considerato arretrato, assenteista, ignorante e corrotto ed un Nord che si avvia al decollo industriale, rappresentato come la parte più civile e progressiva del Paese. Basti pensare che in quei decenni gli operai socialisti settentrionali ritengono che il Nord debba liberarsi del fardello del Sud per potersi avviare definitivamente verso la realizzazione di una nuova era.

Sono gli anni in cui mentre da Mezzogiorno si levano critiche anche pesanti alla politica economica protezionista, che, a dire di vari economisti meridionali, ridurrebbe il Sud a mercato coloniale interno, la scuola di Lombroso riprende, alimenta e diffonde su basi pseudoscientifiche atavici pregiudizi antimeridionali, offrendo una giustificazione del dualismo territoriale in chiave razzista.

Nel frattempo, alle tendenze separatiste, autonomiste e federaliste di matrice razzista che si sviluppano in ambienti lombardi per liberarsi dalla “palla al piede del Sud”, sul versante meridionalista, pur con differenza di accenti, di presupposti teorici e finalità politiche, il repubblicano Napoleone Colajanni, il democratico-radicale Arcangelo Ghilseri ed i socialisti Ettore Ciccotti e Gaetano Salvemini contrappongono un federalismo democratico e solidale su base soprattutto comunale, in modo tale da rendere le masse popolari del Sud e del Nord unite nella lotta per l’emancipazione ed il riscatto delle loro misere condizioni di vita e di lavoro.

In quegli stessi anni, sempre sul fronte meridionalista, gli unitaristi Giustino Fortunato e Francesco Saverio Nitti affidano la soluzione della questione meridionale all’intervento illuminato dei governi liberali.

È proprio lo studioso lucano che, contrariamente a quanto si crede, dimostra che il drenaggio di risorse finanziarie avviene da Sud a Nord e non da Nord a Sud. Inoltre, Nitti, che in età giolittiana ricopre anche importanti incarichi di Governo, avvia la politica degli interventi speciali per l’industrializzazione di Napoli e l’elettrificazione delle regioni meridionali.

Con l’avvento del fascismo la dimensione politica della questione meridionale viene o del tutto rimossa o derubricata a mera questione tecnica e solo nel secondo dopoguerra, in concomitanza con il Piano Marshall e con la nascita della Repubblica democratica italiana che si regge sui grandi partiti di massa, ridiviene centrale nell’azione politica di governo prima con la Riforma agraria e poi con l’istituzione della Cassa del Mezzogiorno, che, soprattutto tra gli anni Cinquanta e Settanta, favorisce la convergenza tra le due Italie, senza, tuttavia, mai realizzarla appieno.

Negli stessi anni in cui diviene egemonico il nuovo meridionalismo di governo teso all’industrializzazione del Sud, di cui oggi la Svimez è l’erede culturale, prende corpo anche un neomeridionalismo di denuncia critica del processo di unificazione nazionale, letto da uno dei suoi massimi esponenti, Nicola Zitara, nei termini di conquista e costruzione del Sud come “colonia estrattiva interna”.

Successivamente, a partire dagli anni Novanta, sulla base dei contributi teorici offerti dal neomeridionalismo, nascono una serie di movimenti e partiti meridionalisti, dal Movimento Neoborbonico a Sicilia Indipendente, passando per il Partito del Sud, Unione Mediterranea, il Movimento 24 Agosto per l’Equità Territoriale ed altre organizzazioni, che, nel loro insieme, segnano il passaggio dal meridionalismo classico, come movimento di opinione pedagogico-civile trasversale ai diversi schieramenti politici ed alimentato da intellettuali, tradizione che oggi trova nel costituzionalista Massimo Villone, nell’economista Gianfranco Viesti e nel giornalista Marco Esposito tre dei suoi maggiori eredi, al meridionalismo come autonoma forza politica organizzata ora su basi prevalentemente identitarie, ora su basi, soprattutto, di equità politico-civile.

Tale passaggio avviene in una fase storica in cui la rimozione della questione meridionale e la coeva egemonia della questione settentrionale, agitata dalla Lega Nord e condivisa dai maggiori partiti politici nazionali, in primis, il Partito democratico e Forza Italia, è alla base della recrudescenza della questione meridionale, che, dopo la sua rimozione avvenuta a cavallo tra XX e XXI secolo, è “rinata” in tutta la sua recrudescenza nel corso degli ultimi due decenni. Rinata, appunto, come “araba fenice”.