La “sirena” Carfagna e il disegno strategico di Draghi: dare sempre di più al Nord e sempre di meno al Sud

Insomma, sembra prefigurarsi un compromesso politico al ribasso per i bisogni ed i diritti azzerati e limitati dei 21 milioni di cittadini meridionali: il grosso della torta al Nord e le solite briciole ad un Sud da ricondurre ad un livello di diseguaglianza accettabile di “colonia estrattiva interna”.

0
287

Premessa

Di recente (Corriere della Sera, 1 marzo 2021, Il Mattino, 2 marzo 2021), la nuova Ministra per il Sud e la coesione territoriale, Mara Carfagna, ha rilasciato mezzo stampa delle interviste sulla nuova questione meridionale, che si caratterizzano per alcuni punti di forza, ma anche per numerose omissioni e/o ambiguità, che, in ultima istanza, ne minano la credibilità di fondo come interprete sincera delle istanze meridionaliste, facendola apparire, piuttosto, come la “sirena” omerica il cui canto deve trarre in inganno il Sud, per indurlo ad accettare un compromesso al ribasso coi poteri forti del Nord: definizione dei livelli essenziali di prestazioni (Lep) declinati al minimo per la “carrozza” Mezzogiorno, in modo tale da attenuarne solo lievemente e marginalmente le diseguaglianze col Centro-Nord, in cambio del grosso del Recovery Plan e dell’attuazione dell’autonomia differenziata a tutto favore della solita “locomotiva” settentrionale.    

Punti di forza

Innanzitutto, bisogna dare atto alla Carfagna che sta studiando bene il “Dossier Sud”. Infatti, nelle suddette interviste, ha fatto riferimento sia all’esigenza di perequare la spesa sociale ed infrastrutturale che vede il Mezzogiorno svantaggiato rispetto al Nord per motivi legati a quelle che la stessa Ministra ha definito essere delle scelte politiche dettate da “discriminazioni di residenza”, che si pongono “ai limiti del razzismo”, sia all’esigenza di definire i LEP, sia alla questione femminile come aspetto caratterizzante l’attuale divario Nord/Sud, sia all’attivazione delle Zone Economiche Speciali per attrarre investimenti dall’esterno, sia agli incentivi fiscali per la riduzione del costo del lavoro al Sud, sia, infine, alla destinazione alle Regioni meridionali di 150 miliardi di euro provenienti dai Fondi Strutturali Europei (FESR) e da quelli nazionali del Fondo Coesione e Sviluppo (FSC).   

Omissioni e/o ambiguità

Pur riferendosi al Recovery Plan, la Carfagna si è guardata bene dallo specificare la percentuale dei nuovi fondi europei da stanziare a favore delle regioni meridionali, limitandosi a dire che saranno coinvolti i Presidenti delle Regioni meridionali per redigere progetti fattibili e di alta qualità.

Inoltre, la Ministra salernitana ha dichiarato che in quanto “in questo governo sono impegnati titolati economisti” (Il Mattino, 2 marzo 2021), lo stesso Governo non può non essere consapevole della portata strategica del Mezzogiorno per la crescita dell’intero Paese. “Di sicuro – ha proseguito – lo è il Presidente Draghi, che già da Governatore della Banca d’Italia aveva avuto un’attenzione particolare per il Sud” (Il Mattino, 2 marzo 2021).

Ed è proprio rispetto a tali dichiarazioni apparentemente rassicuranti che proseguono le omissioni e le ambiguità della giovane Ministra campana.

Infatti, la Carfagna si è guardata bene dall’evidenziare sia la matrice nord-centrica dell’attuale compagine governativa, tre ministri su quattro sono espressione del sistema Nord,  sia il conseguente orientamento antimeridionale ed antimeridionalista di molti dei suoi Ministri, quali, a titolo meramente esemplificativo, il leghista lombardo di formazione bocconiana Giancarlo Giorgetti, mente e promotore dei tanti zeri assegnati ai diritti dei cittadini meridionali a seguito della “perversa attuazione del federalismo fiscale”, la leghista veneta Erika Stefani, meglio conosciuta come la “Ministra pinocchia”, fautrice, in qualità di Ministra per gli Affari regionali del Governo giallo-verde, del tentativo di attuazione del federalismo discriminatorio ed estrattivo a favore delle Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, e la forza-italiota bresciana Maria Stella Gelmini, promotrice della “secessione dei ricchi” in salsa lombarda.

Inoltre, sempre la stessa Carfagna si è guardata bene dal dire che tra gli “economisti” che in quanto “titolati” dovrebbero essere consapevoli della portata nazionale della questione meridionale c’è il bergamasco e bocconiano Francesco Giavazzi, nominato direttamente da Mario Draghi come suo consigliere economico. Ed insieme all’altro bocconiano, il torinese Guido Tabellini, Giavazzi è uno dei teorici della locomotiva Nord, “per fare correre Milano occorre rallentare Napoli”, e delle gabbie stipendiali per i lavoratori sia privati che pubblici del Sud.

Infine, la Ministra ha omesso di dire che in occasione del discorso di presentazione del programma di Governo per il voto di fiducia da lui tenuto al Senato, Draghi ha ridotto la questione meridionale al cliché di questione legale e di sicurezza, ossia a questione criminale, senza fare nessuno riferimento alle politiche discriminatorie e sperequative subite dal Sud nel corso degli ultimi decenni.

Così come la Ministra non ha fatto nessun riferimento alla ripresa del percorso di attuazione dell’autonomia differenziata avviata dalla sua collega Gelmini.

A che gioco gioca la Carfagna?

A questo punto, dato il quadro politico generale ed i suoi attori in netto contrasto con l’esigenza di avviare delle radicali politiche di riequilibrio territoriale, occorre chiedersi quale sia il gioco a cui sta giocando la Carfagna. Ossia, occorre interrogarsi sulla funzione politica della sua linea politico-comunicativa di apparente riconoscimento del divario Nord/Sud e di dialogo fattivo e collaborativo con i Presidenti delle Regioni meridionali.

Un’ipotesi di risposta plausibile potrebbe essere quella che vede la Carfagna impegnata nel perseguire il disegno strategico dell’attuale Governo: fare ripartire la presunta locomotiva Nord mediante l’assegnazione del grosso delle risorse del Recovery Plan e l’attuazione dell’autonomia differenziata. In cambio il Sud otterrebbe la definizione dei Lep, che, tuttavia, verrebbero definiti al livello minimo e non a quello massimo, e i fondi del FESR e del FSC.

Insomma, sembra prefigurarsi un compromesso politico al ribasso per i bisogni ed i diritti azzerati e limitati dei 21 milioni di cittadini meridionali: il grosso della torta al Nord e le solite briciole ad un Sud da ricondurre ad un livello di diseguaglianza accettabile di “colonia estrattiva interna”.