Lo spirito italiota, il “divo” Mario Draghi e la questione meridionale ridotta ideologicamente a questione criminale

Dall’alto dello scranno sacrale cui è stato posto, in occasione del suo discorso programmatico in Parlamento, il “divo” Draghi ha parlato anche di Mezzogiorno, identificando la questione meridionale con la questione criminale.

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Plasmato e deformato da secoli e secoli di subordinazione, acquiescenza e conformismo nei confronti dei vari poteri forti succedutisi nel corso della storia, dagli imperatori ai re, dai feudatari ai papi, il tipico spirito italiota ha offerto un’altra delle sue brillanti prestazioni, si fa per dire, in occasione della nomina di Mario Draghi a Presidente del Consiglio dei Ministri.

Tranne rare eccezioni, un coro unanime di consensi ha proceduto acriticamente alla sua divinizzazione, presentandolo come il “Salvatore” della “Patria”, il “Mosè” in salsa italiota del XXI secolo.

Dall’alto dello scranno sacrale cui è stato posto, in occasione del suo discorso programmatico in Parlamento, il “divo” Draghi ha parlato anche di Mezzogiorno, identificando la questione meridionale con la questione criminale.

Ecco quanto da lui dichiarato: “Aumento dell’occupazione, in primis, femminile, è obiettivo imprescindibile: benessere, autodeterminazione, legalità, sicurezza sono strettamente legati all’aumento dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno. Sviluppare la capacità di attrarre investimenti privati nazionali e internazionali è essenziale per generare reddito, creare lavoro, invertire il declino demografico e lo spopolamento delle aree interne. Ma per raggiungere questo obiettivo occorre creare un ambiente dove legalità e sicurezza siano sempre garantite. Vi sono poi strumenti specifici quali il credito d’imposta e altri interventi da concordare in sede europea”.

Il “divo” Mario Draghi ha battuto sullo stesso sullo stesso tasto anche in occasione della replica alle osservazioni alla sue Dichiarazioni programmatiche tentasi giovedì 18 febbraio alla Camera dei Deputati.

Riferendosi allo sviluppo nel Mezzogiorno, ho detto: “Sì, certo, c’è il credito d’imposta, ma la prima cosa è assicurare legalità e sicurezza. Gli altri strumenti si possono usare, si devono usare, ma se manca quella base”.

Dunque, secondo Draghi, la causa causarum della questione meridionale e la sua dimensione fondamentale constano soltanto nella corruzione e nella criminalità organizzata e non già negli scippi di Stato della spesa pubblica pro-capite che nel corso degli ultimi decenni hanno azzerato e dimidiato i diritti dei 21 milioni di cittadini del Sud, acuendo, così, i processi di pauperizzazione e desertificazione economica, industriale, demografica e civile di una vasta area del Paese sempre più “diviso” e “diseguale”.

Insomma, siamo al solito cliché del Sud come “parte cattiva dell’Italia”, di un Sud che è rimasto indietro per “colpa” sua. Ma se non si riconoscono le cause di fondo della malattia se ne potranno sì lenire i sintomi, ma non si giungerà mai alla sua cura definitiva. Altro che “Salvatore” o “Mosè”, se Draghi non riconosce la centralità della questione meridionale come questione nazionale, al Sud non rimarrà altro che la mobilitazione popolare per fare valere i suoi diritti, sì sanciti sulla carta, ma disattesi nella pratica dai Governi di tutti i colori, che hanno tutelato e sembra che si apprestino a farlo ancora di più con Draghi, gli interessi predominanti della solita, benché sgangherata, “locomotiva” Nord.