Pasquale Villari: “Tutti le mie denunce sulla questione meridionale non sono valse a nulla”

L’opera meridionalistica di Villari suscitò la decisa reazione della borghesia, che ne denunciò le esagerazioni, la fantasia e l’eccesso di colori foschi, che, a suo parere, avrebbero potuto sovvertire i principi basilari dello Stato liberale italiano. Villari fu addirittura accusato di essere un socialista rivoluzionario, un nemico della società, un traditore della sua classe di appartenenza.

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Le inchieste, le denunce e le critiche anche radicali che Pasquale Villari muoveva alla società a lui coeva non miravano certo ad una politica di alternativa radicale, piuttosto il loro fine era  quello di indurre la classe dirigente nazionale a riformare per conservare. In altri termini, l’intento dello storico napoletano era quello di richiamare moralisticamente la borghesia italiana al dovere dell’umanità e del filantropismo, onde arginare la minaccia del socialismo.

La sua azione di sensibilizzazione non fu aliena dalla presentazione di un programma di riforme incentrato sulla creazione della piccola e media proprietà terriera a coltura intensiva, in modo tale da contrastare la coltura estensiva del latifondo. Inoltre, Villari auspicava una politica economica capace di conciliare i principi del liberalismo con quelli dello statalismo, là dove l’azione dei privati non avesse mostrato una sufficiente forza di progresso economico e di equità sociale.    

L’opera meridionalistica di Villari suscitò la decisa reazione della borghesia, che ne denunciò le esagerazioni, la fantasia e l’eccesso di colori foschi, che, a suo parere, avrebbero potuto sovvertire i principi basilari dello Stato liberale italiano. Villari fu addirittura accusato di essere un socialista rivoluzionario, un nemico della società, un traditore della sua classe di appartenenza.

All’inizio del Novecento Villari prendeva atto della sua sconfitta politica. In una lettera del 4 settembre 1905 al  direttore del “Corriere della Sera” ebbe a precisare:

Non le nascondo che, sulla questione meridionale, io sono diventato assai sfiduciato e scettico. Ne scrissi fin dal 1860 nella “Perseveranza”, continuai colle Lettere meridionali nell’“L’Opinione”, con molti articoli nella “Rassegna settimanale”, con un gran numero di opuscoli e discorsi. A che valse? A nulla addirittura. Questo, sarà stato, è vero, conseguenza del poco valore dei miei scritti. Ma sulla stessa questione c’è una serie assai grande di opuscoli, discorsi, volumi, non pochi dei quali, dopo lungo studio e serie indagini, dettati da uomini autorevolissimi. Basta ricordare i nomi di Franchetti, Sonnino, Turiello, Colajanni, Rudinì, Fortunato e moltissimi altri. Ma, quello che è più, sulla stessa questione, che è in sostanza una questione agraria, v’è stata la grande inchiesta parlamentare, che raccolse un vasto e prezioso materiale. A che cosa ha giovato tutto ciò? Altrove una grande inchiesta serve ad apparecchiare una grande riforma. Quale riforma agraria da noi fatta dopo l’inchiesta? Se qualche proposta fu presentata, non ebbe neppur l’onore d’una serie discussione in Parlamento […].   

Se sul piano politico Villari visse una cocente sconfitta, sul piano culturale la sua opera influenzò non solo gli ulteriori sviluppi del meridionalismo liberale – si pensi alle inchieste di Sonnino, Franchetti e Fortunato – ma preparò indirettamente il terreno alla fase socialista della questione meridionale, che trovò in Gaetano Salvemini, allievo di Villari all’Università di Firenze, il suo maggiore esponente.