L’inchiesta di Franchetti e Sonnino sulla Sicilia: la questione meridionale come questione sociale ed agraria (II parte)

Sonnino, come Villari e Franchetti, non riuscì ad incidere sui processi politici concreti e dovette riconoscere che i contadini meridionali non erano rappresentati né dai deputati meridionali, espressione delle classi fondiarie, né dal Partito socialista, che si limitava ad esprimere gli interessi del proletariato industriale del Nord.

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Terra Madre . regia A Blasetti, prod Cines 1931

Il secondo volume dell’inchiesta sulla Sicilia – I contadini – fu curato da Sidney Sonnino con l’intento di analizzare gli effetti dei contratti agrari sullo sviluppo dell’agricoltura e sulle condizioni di vita e di lavoro dei contadini.

Innanzitutto, Sonnino distinse due diverse zone agricole della Sicilia: la zona interna, caratterizzata dal dominio del latifondo a coltura cerealicola estensiva e la zona costiera, che si caratterizzava per la presenza di colture specializzate ed attività artigianali ed industriali per la trasformazione dei prodotti tipici dell’agricoltura.

La prima, il latifondo, si caratterizzava per una conduzione indiretta affidata ad un grande fittuario, il gabellotto, che a sua volta la concedeva a piccoli appezzamenti ai contadini per periodi limitati di tempo. I contratti tipici tra proprietari o gabellotti e contadini erano il “terratico” e la “matteria”, entrambi basati sulla compartecipazione, che lasciavano ai contadini soltanto lo stretto necessario per sopravvivere, perpetuandone, in questo modo, le loro condizioni di dipendenza nei confronti dei grandi proprietari terrieri.

La composizione sociale della Sicilia interna oltre alle figure dei grandi proprietari terrieri, dei gabellotti, e dei contadini fittuari si caratterizzava per la presenza dei “soprastanti”, che dirigevano i lavori del latifondo, dei “campirei”, guardie armate a cavallo, ed infine dei braccianti, o salariati a giornata, le cui condizioni di vita e di lavoro erano veramente pessime.

Di contro la zona agricola costiera della Sicilia si caratterizzava per la diffusione delle colture intensive – agrumi, mandorli, viti, olivi – che presupponevano e allo stesso tempo implicavano dei continui processi di ammodernamento della conduzione delle attività agricole e trasformative ad esse connesse. Inoltre, i contratti di lavoro erano generalmente migliori e favorivano i rapporti stabili con la terra.

Ma Sonnino osservava anche che dal punto di vista politico-culturale la Sicilia era egemonizzata dalla coltura del latifondo e se si volevano migliorare le condizioni dell’Isola bisognava intervenire su di essa, modificandone la natura dei contratti a compartecipazione che esponevano i contadini a “tutte le camorre e a tutte le pressioni che tendano a carpirgli una parte dei suoi sudati guadagni”. Il modello contrattuale che egli propose fu quello della mezzadria toscana, da favorire attraverso l’istituzione di un fondo di prestito ai contadini assegnatari dei beni demaniali.

Sul piano della politica generale, Sonnino auspicava anche l’introduzione del suffragio universale, la diffusione dell’istruzione, l’emigrazione e la diffusione di cooperative e sindacati onde migliorare le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dei contadini e dei braccianti siciliani.

Sonnino, come Villari e Franchetti, non riuscì ad incidere sui processi politici concreti e dovette riconoscere che i contadini meridionali non erano rappresentati né dai deputati meridionali, espressione delle classi fondiarie, né dal Partito socialista, che si limitava ad esprimere gli interessi del proletariato industriale del Nord.