Giustino Fortunato, il pessimista conservatore che si illuse che i “lupi” del Nord potessero diventare i “cani pastore” del Sud. Ancora oggi, una pia illusione

A novant'anni dalla sua morte, ancora oggi c’è chi ha il merito di proporre accurate analisi sulle cause della “nuova questione meridionale”, a cui accompagna proposte altrettanto meditate e convincenti sui suoi rimedi, ma lo fa illudendosi che i “lupi” del famelico ed onnivoro sistema liberista a trazione nordica possano diventare i “cani pastore” degli “agnelli” del Sud. Una pia illusione.

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Nell’ambito della storia del meridionalismo, l’opera di Giustino Fortunato funge da cerniera tra la generazione dei meridionalisti conservatori – Villari, Sonnino, Franchetti –, la generazione dei meridionalisti democratici – Nitti, De Viti De Marco –, quella dei meridionalisti socialisti – Ciccotti e Salvemini – e soprattutto, dopo la pubblicazione dei suoi discorsi politici nel volume dal titolo Il Mezzogiorno e lo Stato italiano, di giovani meridionalisti, quali Gramsci, Dorso, Rossi Doria e Zanotti-Bianco.

Il suo merito principale consta nell’avere sfatato definitivamente l’immagine stereotipata ed oleografica di un Mezzogiorno splendido, solare e fertile – immagine adeguata alle sole pianure del napoletano e del palermitano – contrapponendovi l’immagine realistica – incentrata sulle regioni dell’entroterra – della povertà naturale del Sud.

Allievo di Settembrini e De Sanctis e giovane amico di Turiello, Fortunato è convito che soltanto l’autorità dello Stato unitario potrebbe sollevare le condizioni di indigenza e sopraffazione in cui versa la maggioranza della popolazione meridionale dopo secoli di invasioni e di sopraffazioni.

Eletto deputato nel 1880, si distingue per la sua lotta in favore dell’abolizione della tassa sul grano, per l’allargamento del suffragio elettorale e per l’elezione dei sindaci da parte dei cittadini, onde evitare le ingerenze dell’esecutivo nelle amministrazioni locali a fini elettorali. Inoltre, profonde il suo impegno politico-civile in favore dell’istituzione delle banche mutue popolari, della costruzione di una linea ferroviaria per collegare le zone interne della Campania con quelle della Basilicata, nonché per la distribuzione gratuita del chinino onde arginare il diffondersi della malaria.

Nell’ultimo decennio del XIX secolo, rimane profondamente deluso dalle sanguinose vicende di politica interna ed estera, che lo inducono a rivedere criticamente la sua fiducia nei confronti delle capacità redentrici dello Stato unitario. Inizia a battersi allora per l’aumento delle spese a favore dell’istruzione, della giustizia, dell’agricoltura e dell’assistenza agli emigranti. Inoltre, facendo suoi i risultati delle ricerche tributarie di Maffeo Pantaloni, richiede con forza un trattamento di perequazione economica tra Nord e Sud d’Italia, vista la ripartizione tributaria eccessivamente vantaggiosa per le regioni settentrionali.

Poco fiducioso nei confronti di una politica di industrializzazione, Fortunato ritiene che soltanto un’adeguata politica agricola possa sollevare le sorti del Mezzogiorno. Egli auspica e si batte per la trasformazione della coltura estensiva in quella intensiva mediante una serie d’investimenti, che lo Stato dovrebbe rendere possibili attraverso la riduzione del costo del denaro.

L’asse delle analisi meridionaliste di Fortunato ruota intorno all’importanza della riforma tributaria e della riforma doganale. Infatti, secondo lo studioso lucano, non già una serie di leggi speciali incoerenti e scoordinate potrebbero risollevare le condizioni del Meridione, ma solo una politica di parsimonia e rigore, incentrata sia sul recupero degli sbocchi commerciali per i prodotti tipici dell’agricoltura meridionale, sia sulla riduzione delle imposte fondiarie e indirette da un lato e l’introduzione della progressività per le imposte dirette dall’altro.           

I tragici eventi storici del primo Novecento – Prima guerra mondiale ed avvento del fascismo – contribuiscono ad acuire le posizioni pessimistiche di Fortunato, che vede nel movimento fascista l’avvento di una forza politica del tutto opposta alle sue attese di riscatto del Mezzogiorno.

Se deve essere riconosciuto a Fortunato il merito di avere offerto un’analisi realistica delle cause “delle due Italie”, bisogna sottolinearne anche il limite di fondo: il paternalismo riformatore.

Infatti, sebbene le sue posizioni si caratterizzino per un maggiore scetticismo, lo studioso lucano condivide con gli altri meridionalisti conservatori il “mito del buongoverno”. La qualcosa non gli consente di capire che l’esistente non lo si trasforma tramite un’azione di pedagogia civile rivolta alle classi dirigenti organiche alle classi dominanti estrattive, ma lo si trasforma attraverso un’azione di educazione politica rivolta alle masse popolari oppresse.

A novant’anni dalla sua morte, ancora oggi c’è chi ha il merito di proporre accurate analisi sulle cause della “nuova questione meridionale”, a cui accompagna proposte altrettanto meditate e convincenti sui suoi rimedi, ma lo fa illudendosi che i “lupi” del famelico ed onnivoro sistema etno-liberista a trazione nordica possano diventare i “cani pastore” degli “agnelli” del Sud. Una pia illusione.