Il procés catalano e il caso Hasél nella Spagna post-franchista

Otto giorni consecutivi di manifestazioni e scontri a Barcellona e nei principali centri dei Països Catalans. Migliaia di persone in piazza anche a Madrid e in tantissime città del regno di Spagna. Le piazze chiedono a gran voce la scarcerazione immediata di Pablo Hasél, il rapper in carcere da Martedì scorso per le sue canzoni contro la monarchia spagnola, ma nel loro grido di libertà c’è anche molto altro. Nel frattempo, le elezioni amministrative di Domenica scorsa ridisegnano lo scenario politico catalano e non solo. Foto in evidenza del fotografo catalano Jordi Borràs.

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Conflitti politici durissimi e profonde lacerazioni attraversano in maniera crescente la società catalana da diversi anni, e più in generale tutti i territori compresi nello stato spagnolo. Questa volta a risvegliare queste tensioni, solo apparentemente oscurate dalle questioni legate alla pandemia, è stato l’arresto del rapper Pablo Hasél, condannato per le sue barre e i tweet contro la monarchia spagnola, che ha fatto esplodere ancora una volta in maniera diffusa e radicale la rabbia contro lo stato spagnolo, riportando in auge le discussioni sulle questioni endemiche della monarchia post-franchista.

Hasél (Pau Rivadulla Duró), rapper e militante comunista catalano, è stato prelevato martedì 19 febbraio dai Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana, all’interno del rettorato occupato dell’Università di Lleida, dove si era rifugiato insieme a un numeroso gruppo di solidali dopo la scadenza del termine entro cui avrebbe dovuto consegnarsi spontaneamente all’autorità carceraria. La sua condanna, espressa a più riprese, a 9 mesi di reclusione, 6 anni di inabilitazione e 30.000€ di multa per “esaltazione del terrorismo” e “offese alla corona”, fa riferimento in particolare alla canzone “Juan Carlos el Bobòn” (Juan Carlos lo sciocco), scritta contro l’ex sovrano spagnolo dei Borbone, e a 64 tweet.

“Juan Carlos el Bobòn” di Pablo Hasél

Nella canzone e in alcuni tweet accusa l’ex sovrano e suo figlio, l’attuale re Felipe VI, di essere in affari con la monarchia assoluta Saudita, uno stato guerrafondaio e in cui i diritti umani sono un miraggio; in altre canzoni e in altri dei 64 tweet incriminati, Hasél denuncia la corruzione e la violenza della polizia, l’impunità e la protezione dei fascisti. Un vero e proprio reato d’opinione, punito da un tribunale “democratico” basandosi su un codice penale di stampo franchista.
Pablo Hasél è oggi l’unico artista condannato alla detenzione per reati basati sul suo lavoro in tutta l’UE, ma la Spagna non è nuova alla negazione della libertà d’espressione quando si tratta della monarchia e degli apparati dello stato: Secondo l’ong Freemuse guida la classifica mondiale con 14 casi, davanti a Iran e Turchia (2019). Valtonyc ad esempio, un altro rapper, è dovuto fuggire in Belgio, destino toccato anche a diversi esponenti delle forze politiche catalane che hanno promosso il referendum per l’autodeterminazione del 2017.
In più, l’Audiencia de Lleida giovedì scorso ha emanato nei confronti del rapper un’altra condanna a due anni e mezzo di reclusione per le presunte minacce al testimone di un processo per violenze e abuso di potere contro alcuni agenti della Guàrdia Urbana di  Lleida, che secondo lui era stato comprato dagli agenti.

Alcuni dei tweet incriminati

L’arresto di Hasél, attualmente detenuto nel carcere di Ponent nella sua Lleida, ha generato la forte indignazione di chi, in Catalogna come altrove, si riconosce nella libertà d’espressione e nei valori democratici e ha riacceso la rabbia contro lo stato spagnolo.
Già subito dopo l’arresto nei principali centri catalani ci sono state manifestazioni molto partecipate e, spesso, molto radicali per rivendicare la libertà immediata del rapper e, come indicavano molti striscioni e suggerivano simboli e colori ormai tipici, di tutti i prigionieri politici della monarchia spagnola. Barcellona è stata attraversata tutta la settimana da cortei con migliaia di persone ed è stata ogni notte teatro di violenti scontri tra gruppi di manifestanti e i mossos.

Dopo le manifestazioni in centro città, sempre molto partecipate, gruppi di manifestanti più radicali, principalmente giovani e giovanissimi, si sono scontrati violentemente con la polizia nei pressi delle principali istituzioni nazionali e del “ministero dell’interno” regionale, responsabile della gestione dei mossos. La guerriglia è andata avanti per diverse ore ogni notte, anche in altri quartieri della città e a volte contemporaneamente: barricate, bidoni e veicoli incendiati, lanci di oggetti contro le cariche, i lacrimogeni e i proiettili di “foam” della polizia. Sono stati presi di mira anche banche e negozi di alta moda: In particolare domenica notte tutti i più importanti negozi del Passeig de Gràcia, la principale via dello shopping della capitale, sono stati saccheggiati da gruppi di manifestanti. Tra le altre cose, Domenica notte è stata presa d’assalto anche la Borsa di Barcellona e, dopo violenti scontri con i mossos, i manifestanti hanno appiccato un incendio all’ingresso.

L’assalto all’edificio della Borsa di Barcellona, 20 febbraio 2021 (Ap Photo/Felipe Dana).

In questa settimana ci sono state diverse manifestazioni anche in tutti i principali centri catalani e in altre città del regno di Spagna. A Lleida, la piccola città natale di Hasèl, dopo la prima manifestazione di oltre 5.000 persone sfociata in diverse rivolte di quartiere ci sono state altre manifestazioni con varie migliaia di persone che hanno provato a raggiungere il carcere di Ponent, scontrandosi più volte con la polizia.
A Vic mercoledì un concentramento con alcune centinaia di persone si è diretto verso il commissariato, riuscendo ad entrare e devastare il piano terra. Undici mossos sono rimasti feriti durante l’irruzione. Nei giorni successivi ci sono stati diversi concentramenti, tutti molto numerosi e spesso seguiti da scontri con la polizia, a Girona, Tarragona, Tortosa, Sabadell, Reus.

Il commissariato di Vic devastato dai manifestanti, 17 Febbraio 2021 (@FonsiLoaiza su Twitter).

Manifestazioni anche in più di 30 città nel resto del regno spagnolo, in primis a Valencia e nelle città Basche (Pamplona su tutte) e Madrid, dove una numerosa manifestazione è stata attaccata violentemente dalla Guàrdia Civil.

La manifestazione di Madrid.

In queste giornate i mossos d’esquadra si sono resi protagonisti di assurdi, quanto abituali, atti di violenza esagerata e ingiustificata. Ad oggi si registrano più di 100 arresti e centinaia di feriti anche gravi (tra cui decine di giornalisti) nella sola Catalogna. Mercoledì a Barcellona una ragazza ha perso un occhio per un proiettile di “foam” (cioè di schiuma a base di poliuretano) sparato da un mosso ad altezza uomo. Le stesse forze di polizia hanno dichiarato tramite i social network che nelle serate di Martedì e Mercoledì sono stati sparati oltre 420 proiettili nella sola Barcellona.

La ragazza colpita all’occhio (Angel Gràcia).


I motivi scatenanti della protesta sono chiari, e Hasél (nonostante il suo caso sia gravissimo) è “solo” la miccia che ha riacceso il fuoco dell’opposizione a uno stato monarchico, ancora fortemente intriso dello spirito franchista, che picchia, arresta e condanna chiunque la pensi in modo diverso.
Lo stato che, ai tempi del governo Rajoy, ha emanato l’odiatissima legge-bavaglio conosciuta come “ley mordaza”, e ha permesso ai fascisti di VOX di far parte della pubblica accusa nel maxi-processo al Tribunal Supremo contro i leader indipendentisti catalani. Negli ultimi anni lo stato non ha avuto paura di dimostrare, in più occasioni, che la repressione della libertà d’espressione riguarda una precisa parte politica e che il pugno duro viene meno quando l’”eversione” viene da destra, che si tratti di gruppi xenofobi o omofobi, antisemiti o anti-catalani. Tra gli ultimi episodi risalta quello avvenuto sabato scorso, quando circa 300 membri di gruppi fascisti e neonazisti hanno partecipato, scortati dalla polizia, alla marcia convocata con regolare autorizzazione (come ogni anno dal 2017) per celebrare i morti della División Azul, la truppa inviata da Franco contro l’Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ad oggi, oltre 40 anni dopo l’instaurazione del “regime del ‘78”, una fetta sempre più visibile delle popolazioni spagnole ripudia la polizia e lo stato monarchico. In Catalogna, come anche nei Paesi Baschi, una parte ancora più consistente della popolazione non riconosce neanche più le vie socialdemocratiche di riforma dello stato e spinge in maniera sempre più decisa per opzioni di rottura, indipendentiste e repubblicane, come dimostrano anche i risultati elettorali degli ultimi anni, compresi quelli delle elezioni catalane di domenica scorsa.
Cresce, dunque, il rifiuto della monarchia: un sondaggio effettuato ad ottobre 2020 dalla Plataforma de Medios Independientes e pubblicato da publico.es dice che se ci fosse oggi un referendum la repubblica supererebbe largamente il 50% (in Catalogna si registra la percentuale più alta).
Dall’altro lato, nel frattempo, viene fuori in maniera sempre più definita il blocco unitario della difesa del regime attuale e dell’unità dello stato, al di là dei colori politici, e nessun segnale lascia intravedere la possibilità un cambiamento in senso progressista e democratico dell’ordinamento istituzionale dello stato all’interno delle dinamiche costituzionali: I Socialisti sono ormai da tempo un partito rigidamente fedele alla monarchia e alla Costituzione del ‘78, e neanche Podemos è insorta particolarmente in difesa di Hasèl e della libertà d’espressione rivendicata da centinaia di migliaia di cittadini, confermando la tendenza a “inseguire” il partito di Sanchez verso il centro.
Allo stato attuale sembra evidente che non ci sarà nessun Referendum, né per l’indipendenza della Catalogna né per l’istituzione della Repubblica in Spagna, e le posizioni sembrano essere destinate a polarizzarsi progressivamente.
Nel frattempo, il movimento indipendentista catalano domina la scena da ormai dieci anni, in termini di numeri come di progettualità politica nella direzione del superamento della monarchia spagnola. Ma la questione catalana è di per sé legata ai valori repubblicani e, nella visione di diverse forze politiche che conquistano sempre più terreno, alla battaglia per la giustizia sociale e i diritti delle classi lavoratrici. Inoltre, il fronte avverso alla monarchia va ben oltre l’indipendentismo catalano e gli altri movimenti per l’autodeterminazione e spesso, specialmente in momenti con questo, nelle piazze catalane e non solo si incontrano indipendentisti, “unionisti” repubblicani, antifascisti. La Catalogna, come il resto della Spagna, resta anche una tra le principali “roccaforti” del movimento trans-femminista nel mondo, le cui manifestazioni vedono la partecipazione di folle oceaniche e che possiede organizzazioni sociali molto radicate. 
La variabile indipendente nel futuro prossimo dello stato spagnolo post-franchista sembra dunque proprio la forza trasformativa dei movimenti sociali, in primis dell’indipendentismo catalano ma non solo, che stanno in questi giorni stanno dimostrando ancora una volta di essere tutt’altro che sopiti e che possono avere un ruolo fondamentale nel delineare i prossimi scenari e il futuro dello stato.


Le elezioni della Generalitat de Catalunya di Domenica 14 Febbraio

A vivacizzare la situazione politica catalana concorrono anche i risultati dell’appuntamento elettorale regionale di Domenica 14 Febbraio, che per la prima volta nella storia vedono le forze esplicitamente indipendentiste superare il 50%.

Al risultato di ERC (socialdemocratici indipendentisti), primo partito insieme ai Socialisti e per la prima volta primo tra gli indipendentisti, si somma infatti quello di Junts x Catalunya (il partito di Puidgemont) e soprattutto l’ottimo risultato della CUP (candidatura d’unitat popular), il partito indipendentista, socialista e femminista (+5 seggi rispetto al 2017!).

Catalunya en comú/ Podem, la costola catalana di Podemos guidata da Ada Colau, resta sugli 8 seggi del 2017, perdendo però qualche punto percentuale.
Crolla a picco Ciutadans, mentre il Partido Popular mantiene i suoi risultati ormai più che marginali in Catalunya.

Il partito Socialista cresce vertiginosamente a spese di Ciutadans, aiutato dalla decisione dei tribunali spagnoli imporre il prima possibile delle elezioni che erano già da principio imposte da Madrid,  in quanto il governo centrale e il Tribunale Supremo avevano fatto cadere il precedente Govern regionale di Quim Torra perché il presidente si rifiutò di rimuovere dal palazzo della Generalitat uno striscione per la libertà dei prigionieri politici catalani.

La scelta di Madrid di portare adesso la Catalunya al voto, come accade già nel 2017 dopo la deposizione di Puidgemont, ha sicuramente favorito la candidatura del Socialista Salvador Illa, ex ministro della sanità nazionale reso famoso dalla pandemia. Però, aggiunta all’emergenza epidemiologica, questa decisione ha portato a un drastico crollo dell’affluenza: 53,5% contro il 79,1% del 2017.
In ogni caso, nonostante l’ottimo risultato di Illa, la decisione di Madrid gli si è ritorta contro e i risultati del 14F hanno visto un ulteriore rafforzamento, seppur leggero, del blocco indipendentista e un indebolimento del ‘blocco unionista’.

Ora si aprono le consultazioni per formare una maggioranza e si infittisce il dibattito tra le forze indipendentiste su come portare avanti il procès e come relazionarsi con Madrid.
ERC promuove ormai da tempo la linea del dialogo, mentre JxC continua (almeno a parole) a mantenere la posizione delle scontro con Madrid. La CUP, forte della sua enorme crescita, si trova ad essere ancora una volta l’ago della bilancia e dovrà decidere se sedere in un esecutivo con ERC e JxC, appoggiarlo dall’esterno come scelsero di fare nel 2017 per portare avanti la costruzione del referendum, o restarne fuori.
Per i più curiosi questo “pattometro” permette di calcolare le possibili maggioranze: https://beteve.cat/…/pactometre-eleccions-catalunya-2021/

In ogni caso, resta determinante anche il ruolo che assumerà l’indipendentismo sociale e di movimento. Le manifestazioni dell’ultima settimana e il risultato della CUP, la forza più radicale e più radicata socialmente dell’indipendentismo, lasciano immaginare che le piazze catalane continueranno ad essere determinanti per la storia del procès.

Una nota preoccupante è sicuramente la crescita esponenziale di VOX (4°partito con 11 seggi, contro gli 0 del 2017) che va però relativizzata e vista nel contesto di una radicalizzazione del voto di destra e unionista sul tema dell’autodeterminazione: infatti, anche VOX ha beneficiato dell’incredibile crollo di Ciutadans (-30 seggi!) e ha ottenuto i maggiori risultati proprio in quei seggi che furono del partito della Arrimadas.

Lorenzo Baselice