17 Marzo 1861- 2021: 160 Anni Di Unità Diseguale

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160 anni fa grazie al sostanziale aiuto dell’Inghilterra prendeva forma il Regno d’Italia, il sogno di un’unità repubblicana tramontava e il Sud della penisola veniva consegnato nelle mani dei Savoia. Da quel giorno, le regioni meridionali verranno trattate per decenni come territori occupati: rappresaglie e repressione delle resistenze, saccheggi, dazi doganali e politiche economiche finalizzate mettere in ginocchio il tessuto economico pre-unitario, trasformazione in semplici riserve di materie prime per un’economia estrattiva volta a favorire le economie produttive del nord sul mercato internazionale. Il tutto con la complicità di una certa classe imprenditoriale e latifondista meridionale. Un processo che ha portato con sé la stigmatizzazione dei popoli del Mezzogiorno come criminali, selvaggi, pigri e improduttivi e che ha cementificato un insieme di stereotipi e preconcetti sopravvissuti fino ad oggi. In oltre un secolo e mezzo sono successe molte cose, ma oggi dopo 160 anni ci ritroviamo un paese ancora fortemente diviso, sul piano socio-economico come su quello culturale.

Soprattutto a partire dal dopoguerra e dalla proclamazione della Repubblica, l’Italia siede abitualmente al tavolo delle potenze europee e globali, e le economie delle regioni del Nord viaggiano più o meno alla velocità di quelle dei paesi più sviluppati del mondo. Nel frattempo, però, le regioni meridionali hanno vissuto un progressivo impoverimento, ed oggi i dati relativi alla ricchezza (PIL e PIL pro-capite), all’occupazione e l’istruzione, i numeri dell’emigrazione giovanile, presentano una situazione ritrovabile, in Europa, solo in alcune regioni della Romania orientale, del Kurdistan turco, dei Balcani, della Grecia e della Spagna centro-meridionale (e delle sue enclave africane, come anche dei territori oceanici e d’oltreoceano portoghesi e francesi).

Tutto questo è avvenuto perché troppo spesso, in età monarchica come dopo il ’46 in forme nuove e differenti, lo stato italiano è stato lo strumento nelle mani della borghesia del centro-nord per difendere i propri interessi e accrescere il proprio prestigio in Europa e sul mercato globale, relegando le regioni meridionali a un ruolo marginale e mettendole al servizio di questi obiettivi. Le classi dirigenti e imprenditoriali meridionali non sono mai state capaci (o spesso semplicemente non interessate a farlo) di interrompere questa tendenza, altre volte la hanno alimentata svendendo gli interessi dei propri territori e pensando semplicemente ad arricchirsi.

Volendo guardare solo agli ultimi 30 anni ritroviamo comunque un’abbondanza di fatti che dimostrano chiaramente questo processo, tra le scelte dei Governi che si sono susseguiti a Roma in materia economica, fiscale e produttiva, l’incapacità e la complicità di governanti meridionali e l’azione di un’imprenditoria feroce e criminale.
Sulla base della clausola che destina il 34% degli investimenti complessivi per la spesa pubblica dello stato al Mezzogiorno (dove vive il 34% della popolazione) è stato calcolato che c’è stato un “furto” di oltre 840 miliardi che spettavano al Sud e sono arrivati invece alla regioni del centro-nord. Inoltre, la mancata definizione dei LEP e ridefinizione dei LEA (Livelli essenziali di assistenza) da parte dello stato centrale ha fortemente compromesso la sostenibilità già carente dei servizi pubblici (scuole, ospedali, trasporti), degli investimenti in infrastrutture (strade, ferrovie, telecomunicazioni), delle politiche di sviluppo locale, spaccando di fatto il paese a metà per la capacità di accesso ai diritti fondamentali. Allo stesso tempo molte zone del Mezzogiorno e delle isole hanno subito una pesante devastazione ambientale, causata tra le altre cose dall’ingombrante presenza militare, soprattutto in Sicilia e Sardegna, da opere estrattive (come in Basilicata) e dall’azione di gruppi imprenditoriali criminali che hanno svenduto il sottosuolo come discariche per i rifiuti del nord Italia e di tutta Europa.

Credo che oggi bisogni cercare in tutti i modi di innescare un processo di lungo termine capace di invertire questa tendenza.
Serve sicuramente una presa di coscienza da parte dei cittadini meridionali, l’alleanza tra istituzioni, realtà politiche e sociali, ma credo che serva ancor di più la nascita di una forza politica autonoma capace innanzitutto (finalmente, dopo 160 anni) di rappresentare realmente gli interessi delle regioni meridionali all’interno dell’architettura statale italiana, ma anche di sperimentare forme di autodeterminazione politica, economica e produttiva.
Un punto di partenza fondamentale può e deve essere oggi la battaglia per l’equa distribuzione dei 209 Miliardi del Recovery Fund europeo e per la costruzione di un Plan nazionale che possa essere un’occasione di perequazione territoriale e che finanzi progetti realmente capaci di ridurre il divario strutturale nord-sud.

Lorenzo Baselice
Napoli, 17 Marzo 2021