La contraddizione, da lupi a cani pastore. Secondo Francesco Barbagallo i responsabili dell’“abbandono” del Mezzogiorno possono diventare i suoi salvatori

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In un suo articolo pubblicato sul “Mattino” di ieri, Francesco Barbagallo, docente emerito di Storia contemporanea presso la “Federico II” di Napoli, ha scritto di avere trovato “molto interessanti le considerazioni di Giorgia Meloni sul Mezzogiorno”, che, insieme alle “posizioni assunte dalla ministra Carfagna”, a suo parere indicano “l’avvenuta maturazione” anche nel centro-destra di una “piattaforma nettamente meridionalista”.

La qualcosa, sempre secondo lo storico salernitano, sembra prospettare la nascita di “uno schieramento politico molto ampio, da destra a sinistra, che possa definirsi meridionalista” intorno alle scelte politiche fondamentali dettate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Dunque, anche se con qualche cautela, Barbagallo ritiene che, coerentemente a quella che lui stesso indica come l’impostazione della migliore tradizione meridionalista dei vari Fortunato, Salvemini, Nitti, Sturzo, Gramsci, la centralità del Mezzogiorno nelle politiche di sviluppo dello “stato nazionale italiano” possa essere rilanciata dalle attuali forze politiche di centro-destra e centro-sinistra.

Tuttavia, è sempre Barbagallo ad evidenziare che nel corso degli ultimi decenni “l’abbandono del Mezzogiorno a un destino tragico di irrilevanza, disoccupazione e predominio criminale” sia stato “opera sia dei governi di centro-destra che di centro-sinistra”.

In sostanza, è come se allo stesso tempo lo storico salernitano affermasse che i lupi che hanno sbranato il gregge ora possano fungere da cani pastore delle pecore e degli agnellini e che questi ultimi dopo avere cercato di sottrarsi alle loro fauci ora possano tranquillamente fidarsi di loro.

Una contraddizione di termini, i responsabili della recrudescenza della nuova questione meridionale indicati come coloro che la possono risolvere, probabilmente spiegabile col fatto che Barbagallo permane all’interno dello schema dei partiti nazionali, e così facendo disconosce le istanze egualitarie e di equità sociale e territoriale agitate dai movimenti del nuovo meridionalismo, da lui stesso appiattiti sul solito cliché antimeridionale di un “sudismo” passatista, subalterno, rivendicazionista e reazionario.